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Nomen omen

novembre 23, 2011
Leggevo e leggevo, ed ero affranto e solo e innamorato di un libro,
di molti libri,
poi mi venne naturale, e mi sedetti li,
con una matita e un lungo blocco di carta,

e cercai di scrivere, fino a che sentii di non poter più continuare
perché le parole non mi sarebbero venute come ad Anderson,
ma solamente come gocce di sangue dal mio cuore.
John Fante – Sogni di Bunker Hill


Ma guarda te dove si vanno a infilare le parole. Stanno nascoste per anni aspettando il momento giusto per uscire, per assumere un significato diverso da quello originario per cui erano state salvate dal fiume in piena dell’inchiostro scorso sotto le mie pupille.

Sul finire degli anni Settanta, John Fante, scrittore americano con origini abruzzesi reso cieco dal diabete e allettato a causa di due gambre amputate, detta alla moglie l’ultimo capitolo della saga di Arturo Bandini, il protagonista e alterego di Fante, anche lui un giovane italo-americano col sogno di diventare un grande scrittore.

In queste condizioni di salute precarie John Fante, settantenne, ci dà una grande lezione di vita: che ogni progetto è possibile purché si voglia realizzare, perché le parole quando devono uscire trovano il modo di farlo.

Poiché niente è perduto, voglio far tesoro dei prolungati silenzi di cui caratterizzo la mia esistenza, provando per una volta a uscire da un mutismo dettato dalla paura di perdere le cose a cui tengo, dando forma ai pensieri anziché ricacciarli indietro, provando ad esprimerli come sono evitando strategie e trasformazioni lungo il percorso cuore-testa.

Sarà difficile affermare quel nomen omen che stento a fare mio, e non importa sapere il latino per capire che più che un presagio il nome che mi è stato dato è un auspicio per il futuro.
Con apparente disinvoltura sogno di essere a poche ore da un esame, quando caricarmi addosso tutti i problemi del mondo era all’ordine del giorno e avevo molte strade aperte davanti a me e volevo imboccarle tutte, in quella smania di vivere che mi accompagna sempre.

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7 Comments

  • Reply Ema novembre 23, 2011 at 10:31 pm

    Premetto che questo è il primo articolo che leggo..

    Secondo me uscire allo scoperto aiuta ad essere “sereni”, non si perde niente o quantomeno in caso si lascia superfluo!

    Detto questo si sà..
    la vita è dura e i ricordi a volte, al posto di esserci amici si manifestano fantasmi, esami compresi!

    Ciao, Emanuele.

  • Reply Giovy novembre 24, 2011 at 8:27 am

    Cavolo Mercoledì, mi piace proprio come scrivi…
    Keep Calm and carry on…

  • Reply Mercoledì novembre 24, 2011 at 9:33 am

    @Ema: benvenuto su Mercoledì tutta la settimana! Grazie per il suggerimento, uscirò piano piano allo scoperto! 🙂

    @Giovy: grazie per il complimento e per il suggerimento “keep calm”, ci vuole proprio! 🙂

  • Reply upr novembre 24, 2011 at 3:53 pm

    ho paura a commentare! 🙂 mi lasci sempre sorpreso..

  • Reply Mercoledì novembre 24, 2011 at 4:04 pm

    @upr: che onoreeeee! 🙂

  • Reply Katia novembre 24, 2011 at 9:56 pm

    Come promesso, da “Aspetta primavera Bandini”, quando Bandini continuava a non essere a casa…

    “Maria rigovernava le stoviglie consapevole del piatto in meno da riporre, della tazza in meno. Quando la ripose nella credenza, la tazza di Bandini, tutta ammaccata, più grande e più goffa delle altre, sembrava far mostra d’orgoglio ferito per non essere stata usata durante il pasto. Nel cassetto delle posate, il coltello di Bandini, il suo preferito, il coltello più tagliente e minaccioso del servizio, scintillò alla luce. Ora la casa perdeva la sua identità.

    Shared on November 18th, 2010 from Kindle

  • Reply Mercoledì novembre 24, 2011 at 11:25 pm

    @Katia: grazie per la condivisione (mi devo prendere un Kindle?!), ora va letto Bandini…
    Baci e grazie di tutto.

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