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Il dolce ricordo della Cambogia

gennaio 20, 2015
Cambogia

“Veloce è passato il giorno e uno splendido sole è calato improvviso, come fa ai tropici, dietro le chiome delle palme fra i riverberi di fuoco. Il cielo s’è fatto scuro, passando veloce da ogni sfumatura di blu, arancione e violetto.”

Fantasmi – Tiziano Terzani

Per un attimo scompaiono le pareti di questa stanza,
scompare il freddo dell’inverno italiano,
scompaiono gli impegni quotidiani.

C’è solo la strada di terra battuta che mi portava dalla guesthouse di Siem Reap al centro. C’è solo la Cambogia e il buon sapore che questo viaggio ha lasciato in me.

Cambogia

Se chiudo gli occhi la Cambogia è lì tra i miei pensieri, incuneata tra una mail da spedire e una lavatrice da stendere, pronta a insidiare le veglie e le attese, pronta a uscire dal nascondiglio come un gatto sempre all’erta.

Se chiudo gli occhi sono alla frontiera cambogiana, attraverso a piedi la linea che qualche politico ha spostato nei secoli a suon di guerre e trattati, negoziazioni e caffè in ambasciata (ma più probabilmente troppi morti ammazzati che adesso dormono il sonno dei giusti concimando risaie e palme). Sono in fila per un timbro sul passaporto, scaccio le mosche che proliferano nel caldo torrido e ascolto brandelli di conversazioni in tutte le lingue. Lascio le miei impronte digitali a un impiegato assonnato che trangugia una bevanda vischiosa dalla cannuccia: sono in Cambogia.

poipet

Se chiudo gli occhi sono ai templi di Angkor, sono impressionata dalla vastità dell’area, dalla distanza da percorrere da un tempio all’altro. Non riesco a capacitarmi della grandezza in senso lato. Mi arrampico sull’Angkor Wat e scatto un numero illegale di foto. Ci metto una mattinata solo a vedere questo tempio… ora mi spiego perché tre o quattro templi al giorno sono sufficienti, mentre prima pensavo che fosse una cosa esageratamente risicata. Mi godo la clemenza dell’aria del tropico, lascio che il sole si posi sulle mie braccia. Mangio un piatto tipico cambogiano all’ombra dell’Angkor Wat per pochi dollari, mi riempio gli occhi della mia fortuna.

Angkor Wat

Se chiudo gli occhi sono a Srah Srang, un paese di poche case nato all’ombra dei templi di Angkor. Guidati da Sam, la nostra guida locale, ci addentriamo per le stradine non battute tra campi di ortaggi strappati alla sabbia e abitazioni sopraelevate alla maniera cambogiana. Come in ogni villaggio, un nugolo di bambini sotto i dieci anni improvvisa giochi all’aperto facendomi tornare piccola a mia volta. Sotto l’ombra di rami di palma essiccata qualcosa borbotta in pentola e devo contenere i conati quando ne conosco il contenuto. Butto giù un sorso di liquore di riso che mi offre un ragazzo seduto su una stuoia: ha i vestiti tutti bucati ma dietro di lui campeggiano due casse enormi capaci di far ballare un’intera discoteca.

Srah Srang

Se chiudo gli occhi sento ancora lo sciacquio del fiume che incontra la chiglia di questa bagnarola su cui sono seduta da sei ore. Ancora non so che ne avrò ancora per più di un’ora. Alterno la contemplazione del paesaggio a qualche pisolino cullata dal giallo, scatto qualche foto a pescatori stanchi e villaggi immobili cresciuti sul pelo dell’acqua. Com’è lenta la vita qui.

Battambang

Se chiudo gli occhi sono nella campagna che circonda Battambang, regna una pace surreale, mi lascio andare sul sedile di questo mototrisciò che ha visto giorni migliori. Affianchiamo paesi di palafitte, passiamo accanto a distese di riso e peperoncini messi ad essiccare al sole. In ogni dove ci sono bambini lasciati a se stessi, il volto sereno dell’infanzia senza troppe regole, i giochi da poco custoditi come tesori. Scorre la vita quotidiana come un film mai visto, tutto è ammantato di serenità, la povertà è solo di chi aspira ai beni materiali di dubbio valore. Sto bene.

Battambang

Se chiudo gli occhi sono immersa nella storia, a un passo dall’orrore. Sono a Phnom Penh e varco il cancello di quello che oggi è un museo, di quello che da liceo si è trasformato in luogo di estrema barbarie, di indicibile tragedia. Qui è dove la razza umana ha fatto uno, cento, mille passi indietro, dove la follia di un uomo ne ha ridotti altri in poltiglia, in brandelli di vita. Questo è il carcere dove la dignità ha smarrito il suo significato. Ho i brividi. Anzi, ho i brividi e lo schifo a fior di pelle. Smaltisco percorrendo mezza capitale a piedi, ignorando le lusinghiere proposte dei tuktuk, respirando lo smog del millennio che avanza.

Toul Sleng

Se riapro gli occhi sono di nuovo nella mia stanza, fuori è inverno e io devo tornare alle incombenze quotidiane che mi danno da mangiare e che mi fanno sentire viva. Tesso le trame di questa storia senza fine, mi cullo nel ricordo della Cambogia dove l’indolenza dei tropici si trasforma in dondolante attesa.

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9 Comments

  • Reply dueingiro.blogspot.it gennaio 20, 2015 at 11:58 am

    Non riesco a non pensare alla Cambogia come prossima meta. E’ troppo ‘na forza, le tue foto poi…uff!! Ci vogliamo troppo andare!!!

    • Reply Mercoledì gennaio 20, 2015 at 12:08 pm

      È la stessa sensazione che provavo io prima di partire guardando le foto della Cambogia… dai che è lì che vi aspetta! 😀

  • Reply Paola_scusateiovado gennaio 22, 2015 at 10:36 am

    ho cercato di evitare questo post per due giorni… Ma me lo sono letto e mi è presa una stretta al cuore… Ma almeno le tue parole me l’hanno ammorbidito!
    Bellissimo post..

    • Reply Mercoledì gennaio 22, 2015 at 10:53 am

      Bella Paola <3
      Io non lo so perché il ricordo della Cambogia sia così struggente, non lo credevo possibile, invece ogni viaggio ha le sue sorprese. È una malinconia dolce, e quindi bella da provare. Un abbraccio!

      • Reply Paola_scusateiovado gennaio 22, 2015 at 11:46 am

        Come al solito hai usato le parole perfette… E’ proprio il ricordo ad essere struggente, non essere lì, che invece ti dà splendide sensazioni. TI si incolla addosso, eh?

        • Reply Mercoledì gennaio 22, 2015 at 11:52 am

          Appicciccatissima!
          Non mi si scolla più 😉
          Grazie ancora!

  • Reply Lucia - Respirare con la Pancia gennaio 25, 2015 at 11:48 am

    Come essere lì, tra i tuoi ricordi. Grazie Sere.

    • Reply Mercoledì gennaio 26, 2015 at 9:31 am

      Grazie a te Lucia,
      perché capisci sempre dove metto tutto il mio cuore.
      Un abbraccio.

  • Reply Pensieri post Colombia... Come è andata? | Scusate io vado novembre 20, 2016 at 8:33 am

    […] ma ti stravolgono testa, pancia cuore e tutto il resto, e citando la mia amata Serena Puosi, “il ricordo è sempre struggente”, come una di quelle storie d’amore che sono state quasi più un film che un pezzo di vita […]

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