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Il Drakensberg in Sudafrica: inaspettata bellezza selvaggia e serendipità

novembre 9, 2016
drakensberg

Serendipità: (non com.) lo scoprire qualcosa di inatteso e importante che non ha nulla a che vedere con quanto ci si proponeva o si pensava di trovare | attitudine a fare scoperte fortunate e impreviste; capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale

Etimologia: ← dall’ingl. serendipity, da serendip, antico nome arabo di ceylon; il sign. del termine trae origine dalla fiaba persiana i tre principi di serendip, nella quale gli eroi protagonisti posseggono il dono naturale di trovare cose di valore non cercate.

Serendipità è la parola perfetta da associare alla nostra avventura in Drakensberg, una zona montuosa del Sudafrica snobbata dalle rotte turistiche. Non che noi l’avessimo seriamente presa in considerazione organizzando da casa il viaggio, ma si sa, gli on the road portano sorprese, specialmente se si viaggia come cani sciolti e non si sanno calcolare bene gli spostamenti servendosi semplicemente di una cartina.

drakensberg

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Dopo le tappe a Johannesburg e al Kruger Park per il primo safari della mia vita, dopo una capatina in Swaziland (non ci vuoi andare già che sei lì?), un ritorno in Sudafrica dalla pazza Elsie (del resto sono gli incontri che fanno i viaggi, no?), e brevi tappe a St. Lucia e Durban, avevamo ancora un paio di notti a disposizione prima di prendere l’aereo che ci avrebbe portati e ovest per visitare l’affascinante Cape Town e dintorni. Col senno di poi, la cosa migliore sarebbe stata prenotare un volo interno due giorni prima e goderci la Garden Route che dice sia bellissima, ma a Cape Town avevamo calcolato 4 notti e ce li siamo dovuti far bastare.

Non tutto il male viene per nuocere, comunque. Se non avessimo pasticciato con le date del volo interno non avremmo mai visto il Drakensberg e sarebbe stato un vero peccato, perché oltre a un bellissimo trekking in mezzo alle montagne sudafricane ci saremmo persi anche dipinti rupestri risalenti a 2400 anni fa e un paesaggio incontaminato costellato di villaggi rurali e vita vera.

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Il Drakensberg è (poco) conosciuto soprattutto per il trekking e per il birdwatching, ma vale la pena anche per chi non è particolarmente appassionato di queste attività. L’uKhahlamba Drakensberg Park è patrimonio UNESCO e comprende le montagne più alte del Sudafrica con una dorsale di circa 150km. Si può dividere in tre grandi aree, e noi ci siamo concentrati solo sul Drakensberg settentrionale.

Visitare Giants Castle in Drakensberg

Dopo circa tre ore di strada da Pietermaritzburg, in parte autostrada ma soprattutto strade secondarie piene di buche (a un certo punto abbiamo pure accostato per sincerarci che le 4 ruote fossero ancora attaccate e gonfie), siamo arrivati a Giants Castle, un luogo sperduto in cui ti aspetti di trovare solo le caprette che ti fanno ciao (o le marmotte ciccione nel nostro caso), dove invece noi abbiamo incontrato un gruppo italiano di Avventure nel Mondo, con individui altrettanto stralunati di trovarsi nel nulla più totale invece di essere a farsi la foto a Cape Agulhas col mare in tempesta sullo sfondo.

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Le indicazioni della guida erano piuttosto basilari per non dire scarse e non si capiva un accidente di come fosse organizzata l’apertura al pubblico di questo parco. Nonostante questo non ci siamo fatti scoraggiare (e io segretamente sognavo di toccare con un dito il Lesotho, giusto perché era lì a due passi) e siamo arrivati all’ingresso della riserva naturale di Giants Castle.

Qui l’attività principale, oltre al trekking di circa un’ora, è la visita alle pitture rupestri situate nelle Main Caves e raffiguranti la vita del popolo Sani. In tutto il Drakensberg si trovano circa 30 000 dipinti distribuiti in 600 grotte, ma i dipinti di Giants Castle sono un buon estratto di tutto questo ben di dio di arte preistorica.

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Questo posto si può raggiungere solo con mezzi propri e all’ingresso trovate subito una persona addetta a prendervi il numero di targa e a riscuotere i soldi del parcheggio. Subito dopo aver parcheggiato trovate un piccolo ristoro: se non avete con voi acqua o un qualsiasi cibo che vi tiri su prendetela qui perché poi non ci saranno più occasioni fino al ritorno. Dal bar comincia il semplice trekking fino alle grotte con i dipinti rupestri: semplice se non sei nel primo mese di gravidanza senza saperlo e se a ogni passo non ti sembra di dover rimettere ogni singola briciola introdotta nel tuo corpo.

Ignara della mia situazione e incoraggiata dalle soavi parole di un altrettanto ignaro Tommaso (Come mai sei così lenta? Dai Sere muoviti, sembri un’ottantenne! Non hai il fiato per un trekking di un’ora, ma non eri scout? Tranquilli, gli ho fatto scontare ogni offesa in gravidanza!) siamo giunti a destinazione. Tra l’ingresso e le grotte è tutto un susseguirsi di pareti rocciose e strapiombi, natura selvaggia e avvoltoi che volteggiano sulla tua testa. La maggior parte del percorso è privo di qualsivoglia arbusto, quindi l’ombra non è che una chimera. La seconda parte del percorso verso le cave è, per fortuna, più riparato ma anche molto più scosceso. Noi abbiamo affrontato il percorso con delle semplici scarpe da ginnastica, ma delle scarpe da trekking sarebbero state molto meglio.

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Arrivati alle grotte bisogna attendere l’orario di apertura del cancello (se non ricordo male ogni ora) per permettere ai visitatori precedenti di finire il giro con la guida addetta a spiegare come viveva il popolo Sani e cosa significano i disegni rupestri. La grotta non è molto grande, ma i dipinti sono molto ben conservati quindi ripagano della fatica fatta per vederli.

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La permanenza alla grotta è di circa un’ora, forse meno, poi è il momento di imboccare la via del ritorno che sinceramente mi è sembrata più breve dell’andata (è proprio un altro sentiero, quindi se pensate cose tipo “Questo lo fotografo al ritorno con una luce migliore” non fatelo).

Se ne è valsa la pena? Credo proprio di sì… regali della serendipità.

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