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12 foto di Cuba per 12 giorni di viaggio: il foto racconto

gennaio 25, 2017
12 foto di Cuba per 12 giorni di viaggio- il foto racconto

Come vi ho già raccontato nei precedenti post dedicati a Cuba, sull’Isla Grande la connessione internet non è un granché. Per scelta personale, ho deciso di sfruttare i giorni di viaggio come un digital detox e lasciare da parte tutti i social su cui passo un bel po’ di tempo al giorno quando sono a casa. Una volta tornata, però, mi sono ritrovata con bellissime foto che sarebbe stato un vero peccato lasciare a marcire negli archivi, ho così cominciato a pubblicarne una al giorno sul mio account Instagram come una sorta di foto racconto del viaggio attraverso flashback. Quello che leggete di seguito è il post estrapolato da questo progetto fotografico, affinché non si perda nei meandri della rete ma rimanga come qualcosa di concreto sul blog. Buona lettura!

12 foto di Cuba per 12 giorni di viaggio: un flashback al dì per ripercorrere il giro tappa per tappa e imparare ogni giorno qualcosa da mettere nel proprio bagaglio.

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A Cuba ho versato 4 lacrime: la prima è stata sul Malecón. Quante volte mi sono immaginata di percorrere il famoso lungomare dell’Avana, quanti sogni a occhi aperti ho fatto cercando di trasportarmi lì col pensiero. Non potevo credere ai miei occhi, ero lì per davvero! Un brivido mi percorre la schiena nonostante il sole battente già di prima mattinata: è proprio vero che un posto è lontano solo prima di arrivare.

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Habana Vieja, Centro Habana, Vedado… ogni quartiere ha il suo carattere, ogni strada merita di essere esplorata a piedi perché è andando lentamente che ci si allinea al ritmo di questa città.

La Habana Vieja ha quattro piazze una più bella dell’altra, ma i bar turistici e le frotte in ciabatte scese dalle crociere ormeggiate nel porto le tolgono un po’ di autenticità. Vedado è un po’ distante, ospita l’università e le case dei benestanti. Quella che ho amato più di tutti è Centro Habana, cuore pulsante della vita quotidiana, con i mercati, le persone sedute sui gradini di casa e le urla da un balcone all’altro.

Il minimo comune denominatore di ogni quartiere? Le auto anni 50 parecchio vissute!

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A Cuba, vi dicevo, ho versato 4 lacrime. La prima sul Malecón per la gioia di essere arrivata in un luogo che sognavo da tempo, la seconda di fronte alla struggente bellezza del tramonto habanero visto dall’alto della terrazza del ristorante La Guarida.

Non si ha un’idea precisa di un luogo finché non lo si vede dall’alto, e la visione dell’Avana nell’ora della luce morbida che accarezza ogni edificio per spegnersi nel mare me la ricorderò finché avrò fiato per respirare. Meravigliosa, seducente, “sgarrupata” Avana.

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Dopo tre intensi giorni a L’Avana durante i quali abbiamo macinato chilometri a piedi avevo bisogno di cambiare scenario. Dovevo capire se quell’entusiasmo che provavo per la città più grande dell’isola si diffondeva capillarmente anche alle altre cittadine.

Ci siamo spostati a Viñales, accolti dalla terra rossa bagnata da una pioggia passeggera e da paesaggi bucolici dove la sedia a dondolo sul patio di ogni casa è la forma che assume una serena quotidianità.

Ho cominciato a dubitare dell’autenticità del posto quando mi sono accorta che Viñales è una distesa ininterrotta di casas particulares, di mojitos a prezzi europei e code interminabili per acquistare una scheda dati. Per apprezzare Viñales ho dovuto ritagliare dei momenti rubati, grattando via la patina freak e i ristoranti col menù in 4 lingue. Viñales autentica va cercata, ma quando la trovi profuma di casa accogliente.

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A Viñales il turismo di massa ha fatto sì che ogni escursione sia regolamentata nel prezzo e nell’offerta: non si esce dal pacchetto formato famiglia, quindi tanto vale farsene una ragione.

Il grande classico prevede la gita a cavallo con varie fermate che includono la casa del contadino (ormai trasformata in un bar con la dimostrazione di come si coltiva il caffè e tazzina dell’autoctona bevanda a 2CUC), la grotta (che abbiamo saltato a favore di un agua de coco in un altro bar tatticamente piazzato) e la fabbricazione dei sigari.

Se si riesce a non pensare di essere parte di questo ingranaggio si imparano anche delle cose utili: come si coltiva il tabacco, quali foglie compongono i vari sigari resi celebri da personaggi piuttosto noti, il fatto che un sigaro, a detta dei cubani, favorisca il concepimento dei figli (motivo per cui hanno detto che io non occorreva che fumassi!).

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Da Viñales ci siamo spostati a Cienfuegos: quasi 500 km di viaggio a bordo di mezzi scassati attraverso l’autopista sgombra e fiancheggiando campi infiniti di canna da zucchero e cartelloni inneggianti.

Cienfuegos spesso è snobbata, ma a me la rassicurante precisione delle vie perfettamente parallele e perpendicolari nominate con semplici numeri non è dispiaciuta. Sara che Viareggio ha lo stesso impianto urbanistico e il mare vicino, ma mi sono sentita come a casa.

Questo è stato il nostro primo tramonto mentre camminavamo tra il mercatino e le vie del centro. C’era profumo di mare e una velata nostalgia del passato.

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Dopo giorni di peregrinazioni era giunto il momento di tirare un attimo il fiato e concedersi un giorno di mare e un tuffo nel Mar dei Caraibi. Il tentativo di fare una foto esotica con tanto di palma direi che è oggettivamente fallito, non so stare in posa e mi vergogno abbastanza, ma voglio comunque condividere questa foto per 3 motivi:
1) su Facebook mi arrivano in continuazione pubblicità di programmi di dimagrimento e guru dello stare in forma: lo volete capire che se una donna fa un figlio non rimane necessariamente sovrappeso!?
2) finalmente ho visto una spiaggia bianca con il mare turchese e le palme a fare ombra: non mi era mai capitato ed è stato esaltante nella sua semplicità
3) ho un dolce ricordo di Anita felice con i piedi scalzi nella sabbia e un costumino azzurro con le balze: me la voglio ricordare per sempre.

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La strada per arrivare a Trinidad si snoda tra paesaggi collinari dalle mille sfumature di verde, quello stesso colore che accompagna ogni angolo della città caratterizzata dai pavimenti di ciottoli e dall’essere rimasta immobile nel tempo.

Trinidad vista dall’alto in una giornata di sole regala una tavolozza di colori da tirare fuori nei pomeriggi più grigi, rallegra gli occhi di chi non si arrende alle ripide scale del palazzo che rende possibile questa immagine d’insieme.

Il vero gioiello di Trinidad, però, a mio avviso, è la musica. A Trinidad si balla, si ascolta, si brinda alla vita sedendo sui gradini della casa della musica al tramonto. Ho ancora quella musica in testa, insieme alla buona onda del mojito e del mio sorriso preferito seduto davanti a me.

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La storia di Cuba è strettamente legata a quella della canna da zucchero e, di conseguenza, alla schiavitù. La popolazione originaria dell’isola è praticamente scomparsa, i colori della pelle dei cubani di oggi sono il frutto di secoli di mescolanza tra gli africani costretti a lavorare nelle piantagioni e i discendenti dei colonizzatori.

Subito fuori da Trinidad, nella Valle de los ingenios, sono ancora visibili le distese di un verde intenso della canna da zucchero e i vecchi insediamenti (gli ingenios, appunto) in cui la canna veniva coltivata e trattata dagli schiavi. Camminando per queste valli sembra ancora di sentire il rumore delle catene: non c’è storia che non sia anche di sofferenza, me lo voglio ricordare.

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È impossibile scindere Cuba dalla politica e dalla sua storia recente. O meglio, è impossibile capire Cuba senza conoscere la storia degli ultimi decenni. Dal movimento 26 luglio allo sbarco (in realtà quasi un naufragio) del Granma nella Baia dei Porci, dai giovani Fidel e Che all’embargo, dai rapporti con l’URSS alle più recenti politiche di apertura di Raul, tutto a Cuba parla di politica.

Ed è un sentimento vero, sentito, accorato quello che i cubani provano per Ernesto Che Guevara, celebrato in ogni colore e foggia su muri, bandiere, magliette. I cubani non hanno paura a parlare di politica, e quando si chiede loro cosa ne sarà del dopo-Fidel rispondono che si vedrà, che saranno i rapporti con Trump a fare il buono o cattivo tempo. Nel frattempo murales, cartelloni stradali e giornali continuano a celebrare il socialismo e l’ormai defunto líder máximo.

P.s. è stato prima di arrivare al Mausoleo di Che Guevara che ho versato la terza lacrima del viaggio.

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Che succede quando hai programmato una giornata in uno dei mari più belli del mondo e piove? Ci vai lo stesso, sperando che le nuvole cariche d’acqua lascino posto al sereno. E se questo non avviene? Te ne stai seduto in un bar bordo spiaggia a contemplare la sabbia bianca e il mare cristallino… è pur sempre meglio che essere a lavorare, no?!

Da Remedios dove abbiamo alloggiato ci siamo spostati una mattinata a Cayo Santa Maria attraverso una strada costruita a filo d’acqua con ponti che collegano la terraferma all’isola, il cayo appunto. Ha piovuto, è vero, e non è certo l’ideale quando si è in vacanza, ma pazienza, ho una scusa per tornarci, no? 😉

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Tornare a L’Avana dopo il tour di mezzo paese è stato come tornare a casa. Mi mancava già L’Avana, perché sa farsi amare subito così com’è, schietta e genuina, vecchia e ciarliera, rugosa e splendente. In un batter d’occhio è entrata nella lista delle mie città preferite, ne ho amato i ritmi e i suoni, le persone e gli edifici, vista dall’alto e dalle strade mai vuote. È qui che ho versato la mia ultima lacrima, quella della nostalgia che so già che mi verrà. Grazie Cuba, sei andata oltre ogni mia più rosea aspettativa.

Siamo giunti alla fine del viaggio, ripercorrerlo attraverso le foto mi ha dato l’illusione di allungarlo un po’, così da permettermi di portare l’onda buona di quei giorni nella vita “normale”, in quella quotidianità che a volte ci va stretta ma senza la quale partire non ci sembrerebbe così salvifico.

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