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Il grande dilemma di ogni viaggiatore: come evitare il turismo di massa pur facendone parte

febbraio 22, 2017
Viñales-mogotes

A differenza di molti altri post di cui non riesco a trovare l’origine – semplicemente mi viene in mente di scrivere di un argomento stimolata da letture o ricordi – so esattamente quando è stato concepito questo post: mi trovavo a Cuba, per la precisione a Viñales, e mi accingevo a visitare la valle dei mogotes, delle piantagioni di tabacco e dei gauchos con un’escursione organizzata.

Per andare a Viñales abbiamo allungato parecchio la strada del nostro viaggio, motivo per cui covavo grandi aspettative sulla destinazione. Nessuno dei miei contatti che avevano già visitato Cuba, proprio nessuno, aveva avuto una parola storta nei confronti di Viñales, solo grandi complimenti e lunghe liste di motivi per cui non potevamo farcela scappare. E chi sono io per non fidarmi dei consigli di persone assennate quando sono la prima a elargire suggerimenti?

Viñales

Quello che si dice in giro su Viñales è assolutamente vero: la natura è strepitosa, la terra di un rosso così particolare da non trovarlo in nessun’altra parte del mondo, è vero che molti si spostano a cavallo tra le piantagioni di tabacco. Confermo anche che le persone con cui abbiamo avuto a che fare si sono dimostrate cordiali e attente a ogni nostro bisogno, così come non posso negare il fascino dei portici delle case di Viñales tutti adornati di fiori e sedie a dondolo.

Però, se ripenso ai due giorni a Viñales, al dolce del ricordo si mescola l’amaro di una considerazione che si è fatta spazio dentro di me: quanto di autentico è rimasto in questa esperienza del viaggiare? Quanto di vero e quanto di artefatto c’è nell’affrontare un giro a cavallo, una visita a una fabbrica di sigari, nel bere una tazzina di caffè a casa del contadino? Mi sforzo sempre di essere originale, di cercare l’insolito, di lasciarmi guidare dagli eventi invece di pianificare ogni cosa, poi mi ritrovo frustrata di fronte a un’esperienza che sento non avere più niente di autentico.

Viñales-Cuba

Viñales-piazza-della-chiesa

Mi spiego meglio: negli ultimi anni a Viñales c’è stato un boom turistico senza precedenti e lo si può notare non appena si arriva nel paese: quasi tutte le case colorate disposte a schiera, infatti, hanno affissa all’ingresso la targhetta ufficiale che ne certifica l’autenticità come casa particular. Non credo che tutti in paese avessero il pallino dell’ospitalità, semplicemente hanno sfruttato l’onda buona del turismo in crescita e ne hanno fatto un’occasione per arrotondare.

Inoltre, facendo un giro in centro, ci si accorge subito delle file infinite al Telepunto per acquistare schede dati per collegarsi a Internet, delle altrettanto infinite code all’unico punto informazioni della zona dove si prenotano le escursioni e dei menu tradotti in troppe lingue nei ristoranti del centro. Se un paese sviluppato su tre vie parallele è composto interamente di luoghi deputati all’ospitalità, cosa è rimasto del paese originario circondato dalla natura rigogliosa che mi ha fatto spingere fino a qui?

Queste mie elucubrazioni sono state confermate dalla nostra esperienza con il giro a cavallo (che abbiamo fatto a piedi perché con una bimba di otto mesi non ci sembrava il caso): un taxi passa a prenderti alla casa particular, ti porta a una fattoria dove una persona con cappello da cow boy e stivali d’ordinanza ti preleva e ti conduce alla “casa del contadino”, che altro non è che un bar in mezzo alle piantagioni di caffè dove puoi gustare un bicchierino della preziosa bevanda autoctona alla modica cifra di 2CUC (=2€). Dopodiché ci si sposta alle grotte, dove altri due bar tatticamente piazzati offrono agua de coco con aggiunta di rum per altri 3CUC. Infine, è il momento dell’ultima tappa che ci conduce alla fabbrica di sigari dove un altro simpatico “arrotolatore” di tabacco con bandiera cubana e poster del Che d’ordinanza si sperticherà in battute su battute per farti andare via col sorriso ma soprattutto col portafoglio vuoto.

Viñales-gaucho

Viñales-cavalli

Viñales-fabbrica-tabacco

Viñales-sigari

L’ho un po’ romanzata, è vero, ma questo è quello che abbiamo vissuto a Viñales. Quanta autenticità c’è in tutto questo? Quando è stato il momento in cui la vita di campagna autentica è diventata un business? Cosa sarà stata Viñales prima dell’avvento degli americani in shorts sempre troppo corti? Me lo sono chiesto per tutto il giro, velando il mio sguardo di un po’ di amarezza pensando a tutti i racconti positivi che avevamo sentito su questa terra. Può darsi che siamo stati sfortunati noi con l’escursione e che non siamo riusciti a vederne la poesia, ma allora come la mettiamo con tutte quelle casas particulares e quei ristoranti con camerieri troppo solerti?

Con questo non voglio dire che Viñales non vada visitata, anzi, il paesaggio è splendido e bisognerebbe semmai dedicarle molti più giorni della nostra visita troppo breve. Però mi domando se ha senso macinare chilometri per poi trovare un prodotto industriale creato ad hoc per i turisti, ben consapevole che anche io ho contribuito a tutto questo. Non posso fare a meno di domandarmi cosa hanno trovato i primi turisti che sono passati da Viñales, quali esperienze hanno fatto e cosa hanno raccontato al loro ritorno.

La stessa cosa mi è capitata in altri posti del mondo, spesso i più turistici, come ad esempio a Siem Reap, in Cambogia, dove le vie del centro sono un susseguirsi di bar e bancarelle, sale massaggio e guest house sorte intorno a uno dei siti archeologici più belli del mondo. Quanto c’è di cambogiano in quelle vie del centro se non ho potuto allontanarmi un attimo da Tommaso che subito è stato assalito da procacciatori che gli offrivano droga, alcol, minorenni? Quanto c’è di autentico nel giro sulla baia di Ha Long in Vietnam, mentre navighi su una barca tirata a lucido e sulla quale ti servono una cena da sei portate, mentre le persone che abitano nelle palafitte a pelo d’acqua devono navigare due ore per andare a scuola o per farsi curare in un ospedale? Quanta tradizione c’è nel giro sul cammello nel deserto del Thar in India del Nord o quanto è solo puro commercio? Potrei andare avanti, ma vorrei sapere anche cosa ne pensate voi.

Come evitare il turismo di massa pur facendone parte, pur contribuendo ad alimentarlo con i nostri viaggi? Non ho una risposta da dare, solo molti dubbi a cui vorrei dare un ordine, magari con le vostre esperienze.

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14 Comments

  • Reply Simona febbraio 22, 2017 at 2:19 pm

    Direi che non potevi esprimere meglio alcuni pensieri che condivido appieno… Decisamente bello poter leggere i propri pensieri prima ancora che vengano formulati! ahahaha 😉

    • Reply Mercoledì febbraio 22, 2017 at 7:09 pm

      Sono veggente! 😛
      A parte gli scherzi, gran bel complimento Simo, sono contenta che condividi questo mio pensiero.

  • Reply Tiziana febbraio 22, 2017 at 5:44 pm

    Ciao! Mi presento sono Tiziana e ti seguo già da tempo. Bellissimi posti e una scrittura coinvolgente!
    Questo tuo articolo mi ha fatto riflettere e ha riportato alla memoria la sensazione che ho avuto io in Marocco questo inverno. Io e mio marito avevamo prenotato un’escursione nel deserto di Zagora con pernottamento in una tenda berbera. “Per provare lo stile di vita di un vero berbero”, diceva la descrizione del tour. All’atto della prenotazione ero emozionata, tanto che già prima di partire fantasticavo sulla sabbia dorata, paesaggi sconfinatamente desolati e le caratteristiche dune. Purtroppo mi sono dovuta scontrare con una realtà tutt’altro che poetica.
    Partiti da Marrakech, dopo un lungo viaggio in pullman siamo arrivati ai margini del deserto. Qui una carovana di cammelli ci stava aspettando. Abbiamo cavalcato scomodamente gli sventurati cammelli per circa un’ora e mezza affondando nella sabbia. Il mio entusiasmo stava lasciando il posto alla delusione.
    Perché parallelamente al nostro percorso scorreva la strada, asfaltata e ricca di auto. Poi, parlando con la guida scopriamo che questi erano i cammelli con cui lavoravano, non c’era affetto verso di loro, neppure una preferenza o riconoscenza di alcun tipo. A queste parole ho proprio sofferto. Abbiamo visto il tramonto in sella, frettolosamente, quando il sole già stava sprofondando dietro una montagna. Arrivati all’accampamento “berbero” (fatto perlopiù di tende di plastica ma comunque confortevole anche se freddissima in inverno) ci ha accolto un aperitivo fatto di noccioline e datteri secchi e rachitici (quando nei mercati ho visto datteri grandi e succulenti). Alla cena servita tra battute elementari, è seguito un falò intorno al quale i nostri accompagnatori danzavano e ballavano. Tutto mi è sembrato un siparietto a uso e consumo di turisti senza troppo pretese. Mi sono sentita presa in giro. Tanto che non sono ancora riuscita a scrivere niente a riguardo sul mio blog proprio per l’amaro che questa esperienza mi ha lasciato.
    Escludendo questi aspetti pratici, però, ricordo l’emozione del guardare il cielo sopra di noi: la magia di un cielo illuminato da una moltitudine di tante piccole stelle.
    Un bacio ad Anita.

    • Reply Mercoledì febbraio 22, 2017 at 7:14 pm

      Ciao Tiziana,
      che piacere ricevere un commento così articolato, grazie davvero, sono contenta che ti piaccia il mio blog!
      Come ti capisco sul Marocco, ho fatto la stessa esperienza… in Giordania! Quindi pensa a quanta organizzazione c’è dietro l’ “autenticità”. Quando ci si trova in queste situazioni ci si rimane malissimo, a maggior ragione quando vengono coinvolti anche animali innocenti come i cammelli nel tuo caso. Sulle danze poi non mi esprimo, è capitato anche a me in un paio di occasioni e mi ha dato sui nervi! Come dici te, però, basta prendere il meglio da ogni cosa e il viaggio è salvo!
      Passa ancora, ti aspetto! Grazie davvero, bacino ad Anita arrivato!

      • Reply Tiziana febbraio 23, 2017 at 9:01 am

        Non mi ero accorta di aver scritto un poema! Comunque il maltrattamento di animali innocenti è un problema diffuso. Ritorno su Marrakech perché è una ferita ancora aperta, ma ho vissuto male anche la splendida piazza Jemaa el Fna perché animata da incantatori di serpenti moribondi e addestratori di scimmiette incatenate e ridicolizzate con vestiti e cappelli, come ho scritto su http://www.eorapartoio.it. A presto!

        • Reply Mercoledì febbraio 23, 2017 at 9:03 am

          Già, anche io provai le stesse sensazioni in quella piazza.
          Lo stesso in India, quando ho cavalcato un elefante riproponendomi di non farlo mai più.
          Ah, se gli animali potessero parlare!

  • Reply Daniela febbraio 23, 2017 at 9:38 am

    Ciao Serena! Concordo in tutto e per tutto, quando sono stata in Messico ho avuto la stessa sensazione, bellissima la visita ai cenote, ma le tappe alle “bancarelle” tipiche dove in realtà ti volevano solo spillar soldi, boh, non le apprezzo. Posti bellissimi, ma troppo consumismo. D’altra parte sono paesi poveri, e ogni occasione è buona per arrontondare, ci mancherebbe. Ma non apprezzo la finzione, non posso negarlo. Come quando andai a Sharm, l’unica cosa bella? Il mare ed il “rumore” del deserto, il resto tutto un bluff !! ps. infatti mi ci hanno trascinato 🙂
    http://www.raccontidiviaggioenonsolo.com/

    • Reply Mercoledì febbraio 23, 2017 at 9:50 am

      Secondo me hai centrato il punto Daniela: nei paesi poveri non mi sento nemmeno di condannare le persone che provano a fare dei turisti un business, ma nei paesi più capitalisti mi fa ancora più rabbia (un po’ come i ciceroni davanti al Colosseo). Poi da alcuni posti un po’ te lo aspetti, ti hanno trascinato a Sharm e così come ti aspettavi è stato, ma da altri, tipo Viñales, non me lo aspettavo proprio! Grazie per il tuo commento!

  • Reply Francesco febbraio 23, 2017 at 12:12 pm

    Ciao Serena,

    che tristezza leggere il tuo post, la stessa che mi ha assalito varie volte in varie parti del mondo quando ho vissuto la tua esperienza, quindi massima solidarietà.
    Una volta ho visitato una galleria fotografica di un vecchio romagnolo che aveva viaggiato l’Africa negli anni ’60…ecco quello era veramente viaggiare, noi oggi siamo turisti travestiti da viaggiatori che pensano di “scoprire” il mondo, ma in realtà è già stato tutto processato, digerito e alterato.

    Secondo me rimangono pochi casi di autenticità e verità, ma bisogna andare in paesi non turistici che sono tali per la difficoltà o la mancanza di attrazioni. A me è capitato in Bangladesh ed è stata un’esperienza magica.
    Belle riflessioni e bel post comunque 🙂

    • Reply Mercoledì febbraio 23, 2017 at 3:28 pm

      Quando penso a cosa ci siamo persi nascendo negli anni 80 mi mangio le mani! 😀
      Quando penso ai veri viaggi di scoperta penso esattamente a situazioni come quelle descritte da te, un viaggiatore solitario che parte per l’Africa senza aver letto una riga al riguardo prima di partire. Chissà che bello anche il Bangladesh, ho ascoltato i racconti di una mia amica e ne sono rimasta affascinata. Grazie Francesco per il tuo commento e i nuovi spunti su cui riflettere!

  • Reply Ludovagare febbraio 28, 2017 at 11:15 am

    Ciao Serena,
    ricordo di aver avuto tanti crucci circa l’autenticità dei villaggi aborigeni in Australia. Ero infastidita dal fatto che loro stessi svendessero la loro cultura al turista, ma allo stesso tempo ero curiosa anche io di conoscerla da vicino.
    Allora avrei voluto essere una privilegiata per poterli osservare nella naturalità della loro vita quotidiana, ma allo stesso tempo mi dicevo “non siamo mica allo zoo” oppure “cosa ho di diverso io per essere privilegiata rispetto agli altri turisti, perché sempre di turisti si tratta”
    L’eterno dilemma tra il voler lasciare inalterata un cultura millenaria e il desiderio di studiarla, e ugualmente il desiderio dei diretti “produttori” di questa cultura di farla conoscere, apprezzare, e diciamocelo, anche sfruttare.

    • Reply Mercoledì febbraio 28, 2017 at 12:02 pm

      Esatto Ludovica,
      hai centrato il punto!
      L’eterna lotta tra voler capire e sentirsi di troppo, il cercare di essere originali pur buttandosi nella mischia.
      Quando viaggio spero di trovare sempre l’autenticità, ma non è così scontato, più si va avanti e più sarà difficile preservare l’unicità di alcune culture.
      Grazie per essere passata di qua!

  • Reply Arianna marzo 1, 2017 at 10:47 am

    Che bel dilemma, Serena, davvero difficile trovare una risposta sensata. Gli antichi greci dicevano che il “giusto sta nel mezzo” e forse è proprio questo che viaggiatrici attente come noi dovrebbero cercare di fare: trovare il giusto mezzo tra turismo e rispetto delle tradizioni locali, prendendo contatto con le agenzie in loco, immergendosi il più possibile nell’atmosfera del posto, cercando di evitare le inevitabili “edulcorazioni” per i turisti. Ma quanto è dura a volte essere coerenti!

    • Reply Mercoledì marzo 1, 2017 at 2:33 pm

      Mi sa che i greci avevano ragione! La famosa scala di grigi invece del bianco e nero.
      Il discorso della coerenza lo sento molto vicino, ti capisco: vorremmo fare tutto ma abbiamo dei limiti etici… e per fortuna!
      Grazie per il tuo commento, sempre gradito Arianna!

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