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Saudade cubana

giugno 7, 2017
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Il weekend lungo appena trascorso mi ha permesso di tirare un po’ il fiato dopo giorni intensi e frenetici per il lancio del nuovo progetto di lavoro in collaborazione con Daniela del blog La Dani Gourmet. Se mi seguite anche sui social, sapete che abbiamo lanciato da poco Social Destination Versilia, un insieme di servizi legati alla comunicazione online per piccole e medie imprese e liberi professionisti. Se vi fa piacere, date un’occhiata al sito e alla pagina Facebook e fatemi sapere sinceramente cosa ne pensate, questo è un tassello importante della mia vita e mi faceva piacere condividerlo anche qui.

Nel ponte del due giugno, quindi, mentre molti di voi avranno approfittato di un giorno in più di ferie per raggiungere qualche meta più o meno vicina, ero impegnata nella preparazione del corso di social media marketing che terremo il 14 e 21 giugno prossimi, ma nei ritagli di tempo ho fatto delle cose che non facevo da un po’, cercando quel relax che con una bambina piccola è sempre complicato ritagliarsi. No, neanche stavolta ho dormito di più!

Dopo un bagno caldissimo profumato di sali (in pratica una sauna casalinga con tanto di lettura di libro… un sogno!), una preparazione di una squisita torta al cioccolato e farina di mandorle e qualche piccola faccenda domestica troppo a lungo rimandata (avete presente rifare gli armadi?) mi sono messa a sfogliare gli album di foto dei nostri ultimi viaggi… non l’avessi mai fatto! Si è aperta una voragine tra i ricordi, le emozioni sono tornate a galla e le foto di mia figlia già cresciutissima mi hanno dato una chiara immagine del tempo che passa senza pietà alcuna. E poi sono comparse loro, le foto di Cuba: non le ho ancora cancellate dal telefono per ripromettermi di parlarne ancora.

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Cuba, il sogno coltivato per anni, il Viaggio con la v maiuscola, il desiderio più grande, la calamita per la mano che scorre sul mappamondo liscio. Se c’è un viaggio che ho covato e coccolato già prima di viverlo realmente, quello è Cuba. Ed è sfogliando l’album di foto di quel viaggio fatto a gennaio scorso che mi sono balenate insieme queste due parole in testa: “saudade cubana”. So che sembrano cozzare tra loro, la saudade è una parola che ha a che fare col portoghese, ma è esattamente quello che provo.

Si può avere saudade di molte cose: di qualcuno che non c’è più, di qualcuno che amiamo e che è lontano o è assente, di un caro amico, di qualcuno o qualcosa che non si vede da tantissimo tempo, di un cibo, di situazioni, di un luogo caro… credo di esserne irreparabilmente affetta.

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Scorro le foto e ritrovo L’Avana col suo fascino decadente: cade a pezzi eppure è così integra. Di questa capitale ho amato i non luoghi, le crepe in cui sono cresciuti nuovi arbusti, le vie un po’ asfaltate un po’ no, i carretti con le banane a ogni angolo, i “sanduic” a pochi centesimi, i locali ricavati tra le case, l’arte di arrangiarsi degli abitanti, i meccanici improvvisati nella strada. De L’Avana ricordo ogni dettaglio, se chiudo gli occhi sento ancora il sole che mi abbronza la pelle bianca dell’inverno, se respiro a fondo tossisco per la benzina asfissiante del Malecón, se ascolto sento quello spagnolo musicale dei Caraibi e mi struggo ancora un po’.

Tra le foto, molte sono di una Anita sorridente che ha saputo fin dal primo istante apprezzare le temperature miti della Isla Grande, eccola che sorride sullo sfondo di una bandiera cubana, che assaggia un pezzo di cocco arricciando il naso. Eccola su una macchina che è ben lontana dalle precauzioni di sicurezza cui non transigiamo a casa, qui è con noi a Santa Clara in un autoscatto al cospetto di un nostro mito indiscusso, Che Guevara. E ancora bagni al mare fasciata in un costumino azzurro, baci sedute in un bar del centro a sorseggiare una piña colada.

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Il viaggio sul filo dei ricordi passa per un’assolata Viñales camminando sulla sua terra rossa, facendo lo slalom tra i carretti trainati dai cavalli e le masse di turisti ospiti delle innumerevoli casas particulares con le sedie a dondolo schierate sul patio. Poi c’è Cienfuegos e la parata durante la quale un bambino ha gridato a Tommaso “Buenas noches compañero!”, il nostro primo mare dei Caraibi che immaginavo diverso, ma forse è solo perché sono affascinata dalla reazione di Anita e non mi sdraio su un’amaca tesa tra due palme sorseggiando un cocco.

Con Trinidad è stato amore a prima vista (e a primo ascolto), mi scorrono davanti le foto della casa della musica e quel palco sgangherato su cui si alternano i musicisti, le persone che ballano tra i tavoli e alcune facce buffe di mia figlia immortalate con la luce morbida del tramonto. Infine Remedios, che con la sua dimensione di piccola cittadina di provincia ci ha illusi di aver trovato il nostro posto nel mondo, almeno per un attimo.

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Continuando a scrivere mi rendo conto che questo post non ha né capo né coda, devo ammetterlo. Assomiglia un po’ a quei post dell’inizio, quando scrivevo per dare uno spazio a quell’urgenza che mi nasceva dentro, quando non contavano le visualizzazioni e i numeri, quando non c’erano regole, tattiche e metriche. Quando il blog era un diario e in quanto tale seguiva solo l’onda dell’emozione e mai un calendario editoriale. Negli ultimi giorni non riuscivo mai a trovare il tempo per scrivere e ho capito che l’unico modo per ripartire era da qui, da questo post sconclusionato pieno di ricordi e dell’essenza di un isola che non scorderò mai.

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